CAPITOLO I - L’INFANZIA
Il giorno 27 marzo dei 1889 dal bagno di S. Stefano, ove sconto la mia pena, comincio a scrivere i miei ricordi; da questo mio scritto non aspettare cose che l'anima
dell'uomo si rallegri, ma bensì dovrà rattristarsi ed inorridire.
Nel Circondario di Melfi, Provincia di Basilicata, è posto il mio paese detto Rionero in Vulture, desso è fabbricato sul pendio di una collina a levante della montagna detta Monticchio, ed il suo tenimento è coperto di vigne, oliveti, ortaglie, castagneti, campi, boschi e pascoli di meravigliosa vegetazione. Secondo alcuno la sua popolazione è di 12.000 abitanti fra i quali trovasi il vero tipo dei Lucani, di cui fa menzione Telemaco. A mezzogiorno di questo bel paese, distaccato a pochi metri dal corpo del paese stesso, si trovano una ventina di case ad un sol piano collocate al
pendio di una ripa che si eleva all'altezza varia tra i 25 e 50 metri. Ognuna di dette casarelle era abitata da una famigliola di poveri pastori e coltivatori di campagna, i quali colla fatica tenevano lontano la miseria e la fame. Non mancava però fra quella gente il calzolaio, spia segreta della polizia borbonica, lo scalpellino, qualche
decurione, la comare pettegola il sarto ed il maestro di scuola per chi poteva pagarlo.
In fra tutte le sopradette famiglie su per giù vi erano un 200 abitanti; aggiungi ai
cristiani un trecento animali fra pecore, capre, buoi, porci e somari, che fanno parte
comune coi poveri, ed avrai la cifra di cinquecento esseri animati, tutti abitatori di
quei affumicati tuguri.
Eppure colà si trovavano vecchi gloriosi mutilati e veterani di Napoleone,
crivellati di ferite prese in Spagna, Prussia, in Austria, o contro i Cosacchi del Don;
colà si trovavano uomini che avevano sostenuto le turpitudini Borboniche,
Repubblicane, Murattiane, Bonapartiste, e che so io quanti altri malanni. Colà si
trovavano vecchie onorate, che avevano mantenuto illibato il proprio onore dalle
sozzure francesi, giacobine e spagnole, nei torbidi tempi in cui l'uomo fidava nelle sue
forze la propria difesa, poichè i governi, mentre attendevano a macellarsi tra loro,
fucilavano uomini inermi per bisogno di sangue, si incarceravano innocenti per
bisogno di denari, per sete di vendetta. Quei vecchi nelle lunghe serate d'inverno si
raccontavano le meravigliose storie della burrascosa loro vita, le battaglie vinte, gli
atti di valore compiuti, il sangue che scorreva a torrenti pei campi di battaglia
seminati di morti e feriti, e ciò temprava gli animi nostri ad istinti bellicosi e
guerreschi.
In una di quelle case di cui ora vi ho parlato, la prima domenica di giugno
dell'anno 1830 nacqui io da Francesco Crocco Donatelli e da Maria Gera di Santo
Mauro.
Mia madre fu sposa nell'anno 1824 e da questa data fino al 1836 in cui posso
dar principio ai miei ricordi, mia madre aveva dato alla luce cinque figli cioè Donato,
Carmine, che sono io, Rosina, Antonio, e Marco; il sesto era per venire al mondo,
quando Iddio invidioso della nostra felicità, incominciò a flagellarci. Ora voglio
raccontare quale era la felicità d'una famiglia povera.
Mio padre era pastore e contadino; quando prese moglie si divise da suo padre,
comprò poche pecore ed alcune capre, e, tolto in affitto un pezzo di terra da una
famiglia patrizia, cominciò a seminare grano, legumi, formentone e qualche poco di
canapa. Col suo lavoro quotidiano ricavava tanto da pagare il fitto al padrone e
provvedere al vitto della famiglia, mentre colle capre e colle pecore guadagnava altra
moneta per far fronte alle spese di casa. Mia madre aveva ereditato un tumulo di
terra, piantata a vigna, la quale era la delizia di noi creature; possedeva pure due
casupole ed esercitava il mestiere di scardar lana, con cui lucrava il pane per sè e pei
figli.
Sia mio padre che mia madre, che Iddio li abbia in pace, non ci lasciavano
mancare nulla. Bello era al mattino quando mio padre apriva l'ovile e le capre
uscivano all'aperto, saltellando per nutriti pascoli, mentre noi bambini scorazzando
uniti, andavamo a gara in cerca di fiori per portare alla mamma.
E mia madre quanta bontà nei suoi sguardi pieni di affetto, quanto amore nelle
sue cure, quanta assidua volontà di lavoro! Si alzava all'alba, preparava la bisaccia del
marito, rassettava la casa, curava i figli e poscia con faticosa lena si dava al lavoro,
sicura di guadagnare i suoi 40 centesimi prima del tramonto.
Quanta pazienza deve avere una madre nell'allevare i suoi figli! Il bimbo piange,
strilla a più non posso e la mamma fa tutti i tentativi per tranquillizzarlo e spesso non
vi riesce; gli dà la poppa, no; gli dà del pane, lo butta; gli dà il balocco, lo rompe; lo
pone a sedere per terra, si rotola nel fango; lo corica nella culla, si butta giù, e la
mamma pazienza, lo bacia, lo vince coll'amore. Eppure ho inteso da certi uomini dire:
«Eh sono femmine e basta!» quale disprezzo massimo per le donne. Taci fellone: la
femmina è la madre dell'uomo, la femmina è la moglie dell'uomo, senza di essa non vi
è vita. La femmina è la figlia dell'uomo senza di essa non vi è padre contento; e
finalmente la femmina è sorella dell'uomo e senza di essa non vi è fratello contento,
né famiglia contenta.
Parte prima ogni giorno un capitolo -
